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Nota del Presidente

Presiedo una società sportiva importante.

E lo è per quanto ha fatto, per quanto sta facendo e ancora di più per quello che farà.

Ogni giorno andiamo in palestra con un solo obbiettivo: costruire uomini e giocatori.

E lo facciamo anche quando tutto sembra dimostrare che stiamo sbagliando. Anzi, tutti sembrano voler dimostrare che stiamo sbagliando.

E magari lo stiamo facendo, ma una stagione dura 12 mesi e non termina alla fine di ogni partita vinta o persa.

Oggi, nel mondo in cui viviamo sembra che ogni evento negativo abbia bisogno di un colpevole.

Ogni sconfitta sembra figlia di errori imperdonabili.

Nessuno ha più la pazienza di attendere i frutti di un lavoro che si presenta lungo e faticoso.

Come se attendere che un frutto maturi sia una colpa e che la natura possa essere assecondata ai nostri bisogni.

E in questo, chi insegna a vivere ai nostri ragazzi ha un ruolo sempre più importante.

Ruolo che impone coerenza fra parole ed azioni. Arte difficile e difficilmente praticabile. Soprattutto nelle famiglie degli atleti, nelle quali ogni compagno di squadra è potenzialmente un nemico.

In un mondo che si dichiara antirazzista al limite del trascendentale esistono tuttavia delle enclave nelle quali questo principio sembra non avere valore.

Una di queste è lo sport, nel quale di fatto essere più bravo, più maturo, più forte di un atleta autoctono è una colpa.

E così partono le sentenze sulla presenza di ragazzi stranieri, in gran parte provenienti da paesi sottosviluppati, che vengono accusati di brogli sull’età e di abusi di ogni genere.

Però queste accuse non colpiscono gli atleti stranieri con le stesse caratteristiche ma meno bravi, e che quindi non contribuiscono a ipotetiche vittorie, come se questo obbiettivo fosse una ragione di vita. Il problema è lo straniero che ruba il posto al figlio.

Che tra l’altro incontreremo in ogni aspetto della nostra vita e quindi sarà bene farsene una ragione.

Nel nostro sport si fa grande confusione; chi mette in campo normodotati precoci per creare vantaggi contro ipersviluppati stranieri in difetto di atletismo e coordinazione trova grande legittimazione. Prima gli italiani.

Chi mette in campo futuri atleti attualmente in evidente difficoltà invece lo fa per speculare sui risultati.

Ma se così facendo perde in realtà chi specula? Chi lavora per il futuro o chi lo fa per vincere due partite in più nel presente? Lasciando ovviamente gli ipersviluppati italiani attualmente ininfluenti seduti tutte le partite.

Onestamente ritengo che nella nostra regione in particolare manchi completante ogni tipo di cultura sportiva mentre abbondi la presunzione di un sistema nel quale basti avere una maglietta con il numero 24 per sentirsi esperti di questo sport.

Nella quale si piange per la morte di un Campione ma non si prova altro che invidia se ne nasce un altro che prende il posto che doveva essere di nostro figlio. E del campione incompreso glielo da solo il padre. Spesso nemmeno la madre. Fortunatamente.

La fortuna è che tutto passa.

E a distanza di tempo chi ha lavorato per diventare un campione lo diventerà. Chi ha trovato alibi per ogni fallimento resterà a guardare.

Paolo Andreini

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